Consumatore cercasi per prodotti orientali

Asia. Le prospettive del continente sono cambiate radicalmente nel giro di mesi

di Carlo Filippini, direttore dell'Isesao, Istituto di studi economico-sociali per l'Asia orientale della Bocconi

Nei paesi occidentali (Europa e Nord America) le economie dell’Asia orientale sono state per molti anni odiate e corteggiate, portate ad esempio e accusate di ogni colpa. Da un lato si sviluppavano a tassi elevati, producevano merci a costi contenuti, mettevano a disposizione i loro elevati risparmi, avevano bilanci pubblici sostanzialmente in pareggio. Dall’altro lato erano ritenute responsabili di distruggere i nostri posti di lavoro, di spingere alle stelle i prezzi delle materie prime, il petrolio innanzitutto, di portar via mercati esteri faticosamente conquistati e nostri da decenni se non secoli, di comprare i gioielli di famiglia (la Jaguar, il Manchester City!) per di più con i nostri soldi.

Poi venne la crisi e sembrò aggiungere al danno la beffa: l’unica speranza di uscirne rapidamente era nelle loro mani; la crescita mondiale sarebbe stata determinata dal dinamismo della Cina e degli altri paesi dell’area (insieme all’India); le nostre imprese dovevano essere (s)vendute per evitare il fallimento.

La situazione è un po’ diversa. Le economie asiatiche sono cresciute producendo beni acquistati dai consumatori occidentali: per molte di esse il primo e il secondo mercato di sbocco sono gli Stati Uniti e l’Unione europea (o viceversa); nell’ultimo trimestre del 2008 il reddito è diminuito (non semplicemente cresciuto a tassi inferiori) in seguito al crollo delle esportazioni. Negli ultimi decenni queste ultime sono diventate sempre più importanti come quota del prodotto, mentre i consumi delle famiglie hanno perso rilevanza (naturalmente in termini relativi: è una fetta più piccola di una torta sempre più grossa).

Un aspetto può sembrare paradossale: la caduta delle esportazioni non ha sempre ridotto il loro avanzo commerciale (differenza tra il valore delle esportazioni e quello delle importazioni). In qualche caso anche le importazioni sono diminuite, sia quelle di beni di consumo per decisioni prudenziali delle famiglie, sia (e soprattutto) di beni intermedi. A motivo della delocalizzazione e frammentazione produttiva molti beni importati sono incorporati in beni poi esportati; pensiamo ai televisori o ai pc prodotti a pezzi in più paesi.

Crescere non è un lusso, una scelta che può essere cambiata, ma una necessità: il numero dei poveri è certamente diminuito ma non si è ancora azzerato. Ancor più importante è però il cambiamento delle aspettative: fasce sempre più ampie della popolazione si sono abituate a un tenore di vita superiore alla pura sussistenza e credono possibile, anzi pretendono dai propri governanti, un livello crescente di benessere. In passato anni di vacche grasse si alternavano ad anni di vacche magre e si riteneva questo andamento un fatto naturale. Oggi non è più così. Spesso si dice che per evitare disordini sociali il pil della Cina debba crescere al 7% ogni anno (il 7 non ha chiari fondamenti economici o sociali, ma è probabilmente il frutto della nostra cultura: un cinese direbbe 8% e un thailandese 9%).

Le politiche economiche adottate per fronteggiare la crisi sono di vario tipo. Quasi sempre però vi sono due componenti chiave: il sostegno ai consumi delle famiglie e la spesa in infrastrutture. Esse hanno una valenza di medio periodo: queste ultime aumentano la produttività e riducono i costi, rendono cioè più competitivi. Le prime sono un primo passo per affiancare alle esportazioni un secondo motore della crescita: i consumi interni appunto. I consumatori americani hanno incominciato a risparmiare e con tutta probabilità non compreranno più la stessa quantità di merci asiatiche, anche dopo che la crisi sarà finita. Consumatore benestante cercasi …

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