Tommaso Padoa-Schioppa e Luigi Zingales hanno inaugurato l’edizione 2009 di Economia e società aperta, il forum internazionale di Bocconi e Corriere della Sera
Il panico è passato, i mercati finanziari stanno tornando a funzionare, ma la crisi non è finita. Anzi, paradossalmente, a uscirne più in fretta sarà chi l’ha accesa, ovvero il settore finanziario e i paesi, come gli Stati Uniti, in cui esso pesa di più, mentre l’Europa e il Giappone, che ne hanno risentito soprattutto in termini di produzione industriale, ne subiranno le conseguenze più a lungo.
Hanno risposto così, ieri sera, Tommaso Padoa-Schioppa, presidente del centro studi Notre Europe di Parigi, e Luigi Zingales, titolare della cattedra Robert C. McCormack di Entrepreneurship and Finance alla Graduate School of Business dell’Università di Chicago, alle domande dell’inviato del Corriere della Sera, Dario Di Vico, nel corso dell’incontro La crisi: come è nata, quando finirà?, il primo appuntamento 2009 del forum internazionale Economia e società aperta organizzato da Bocconi e Corriere della Sera.
Dopo l’introduzione di Mario Monti, presidente della Bocconi, e di Piergaetano Marchetti, presidente di Rcs MediaGroup, Padoa-Schioppa ha dato una sua interpretazione della crisi che si sarebbe sviluppata secondo tre dinamiche (“come tre strati di un fenomeno sismico”) e tre cause determinanti. “Lo strato più profondo”, ha sostenuto Padoa-Schioppa, “è l’insostenibilità del modello di crescita degli stati Uniti degli ultimi 20 anni, basato sul consumo finanziato con un forte indebitamento privato e pubblico”.
Il secondo strato è costituito dalla bolla immobiliare che, ha sostenuto Padoa-Schioppa, “ha seguito lo schema di ogni altra bolla del passato”. Il terzo strato, quello più superficiale, è stato il panico dei mercati, “per cui si è passati dal concedere denaro anche a chi non lo meritava a non concederlo più neppure a chi lo meritava”.
Le tre determinanti individuate dall’ex ministro dell’Economia sono l’idea che i mercati possano funzionare anche senza regole, una globalizzazione zoppa (dei mercati, cioè, ma non delle politiche economiche e della regolamentazione) e la miopia dei comportamenti degli operatori.
Zingales vede, invece, come causa principale l’eccesso di rischio che l’intero sistema si è accollato negli ultimi anni. I tassi d’interesse americani sono stati troppo bassi troppo a lungo, perché la misura di inflazione utilizzata come obiettivo non comprendeva i prezzi delle abitazioni. Gli operatori finanziari si sono così messi alla ricerca di investimenti sempre più rischiosi, anche perché il sistema del rating assegnato da agenzie indipendenti si è dimostrato inefficiente in un sistema in cui i grandi emittenti di security erano in grado di condizionare il giudizio delle agenzie. Ma anche i segnali contrastanti emessi dal governo americano hanno avuto una parte importante nel disorientamento dei mercati. “La crisi passerà”, ha detto Zingales, “ma l’incertezza sul funzionamento della rule of law avrà effetti duraturi”.
Alla domanda fatidica “Quando finirà questa crisi? “, posta da Di Vico, Padoa-Schioppa ha risposto che il panico forse è in corso di estinzione, “la bolla speculativa si è largamente sgonfiata e non c’è motivo di aspettarsi nuovi crolli in borsa come quelli di questi ultimi mesi. Se ci si attiene solo ai livelli superficiali delle cause, allora si potrebbe dire che la crisi non è lontana dal concludersi. Io non credo che sia così, ma il punto non è sapere quando la crisi finirà. La dinamica che durerà a lungo sarà una crescita economica americana più lenta del passato”. Il problema, però, è soprattutto fuori dai confini americani, poiché, ha aggiunto Zingales, “la produzione industriale che è crollata di più, dopo la crisi Usa, è stata quella della Germania e del Giappone. Negli Stati Uniti, ci si riprenderà presto, mentre in Europa la crisi durerà più a lungo”.
E l’Italia? Alcuni elementi di vantaggio ci sono, per Padoa-Schioppa, come il fatto che l’industria manifatturiera non sia crollata o che le famiglie siano poco indebitate. Tuttavia, “il paese è fortemente indebitato e sottocapitalizzato e in tempo di crisi questi handicap sono ancora più difficili da sopportare”. Una debolezza strutturale che, ha sottolineato Zingales, è aggravata “dal grosso problema demografico. È chiaro che se la popolazione diminuisce, meno persone dovranno sostenere il debito”.